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Confcommercio Chieti-Pescara: allarme rosso nel settore dell’abbigliamento

Pescara. Una contrazione degli affari nel settore moda che tocca, rispettivamente, l’80% e il 50% nei primi due mesi dell’anno, specie nei Comuni che insistono nella vasta area metropolitana di Chieti e Pescara.

In Abruzzo il comparto dell’abbigliamento, delle calzature, delle pelletterie e degli accessori registra un calo doppio rispetto alla contrazione del 41,1% a gennaio e del 23,3% a febbraio registrato a livello nazionale, a causa della zona rossa istituita nell’area metropolitana Chieti-Pescara per febbraio, con le chiusure confermate per le prime due settimane di marzo. E’ il dato ”drammatico” fornito dalla Federazione Moda Italia di Confcommercio che fotografa una situazione difficile a livello nazionale, a causa della prolungata pandemia del Covid 19. Alla luce di tale situazione, le Confcommercio dell’area metropolitana di Chieti e Pescara lanciano l’allarme rosso e chiedono ristori immediati per la categoria. Le ulteriori chiusure, secondo Confcommercio, senz’altro necessarie per la tutela della salute pubblica, considerata la pressione sugli ospedali abruzzesi e in particolare quelli di Chieti e di Pescara, ”stanno tuttavia creando una forte frustrazione, che si fa strada tra gli imprenditori del retail che stanno pagando un prezzo altissimo per le ulteriori pesanti restrizioni con l’angoscia di non poter sopravvivere all’emergenza economica”.

Di qui l’appello: ”Chiediamo per le nostre imprese della moda un effettivo risarcimento, quindi un correttivo rispetto ai ristori che sono stati erogati ad aprile e se la situazione sanitaria non dovesse migliorare a breve, tanto da prevedere altre chiusure, chiediamo al presidente Marsilio – dicono Marisa Tiberio, presidente di Confcommercio Chieti, e Riccardo Padovano, suo omologo di Pescara – che si faccia carico di proporre ai referenti del Governo soluzioni alternative a quelle finora applicate, come la previsione di riaperture con alternanza anti/post meridiana o anche a giorni alterni, perché è evidente che dopo un anno tutte le attività sono diventate essenziali e che la modalità dei codici Ateco non ha funzionato. Le nostre imprese rischiano di fallire con migliaia di famiglie sul lastrico”.

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