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Il ciclista abruzzese Di Luca dopo il doping: non mi pento. Vendo bici da 16mila euro

Pescara. Il ciclista abruzzese Danilo Di Luca, unico ciclista insieme ad Armstrong ad essere stato squalificato a vita, in un’intervista al quotidiano “Corriere della Sera” ha raccontato la sua vita dopo la squalifica per doping.

“Ai miei tempi tutti prendevano tutto, si vinceva solo così”, inizia Di Luca, oggi 44 anni, un tempo detto il “killer di Spoltore”,  considerato il più grande talento del ciclismo italiano post-Pantani. Tre squalifiche in sei anni: la prima per frequentazione del medico abruzzese Carlo Santuccione, la seconda e la terza, fatale, per uso di Epo. Il 5 dicembre 2013 il Tribunale nazionale antidoping emise la sentenza definitiva di radiazione.

Oggi Di Luca è proprietario di un omonimo negozio nel centro di Pescara, specializzato in bici da corsa per appassionati. Prodotti d’eccellenza d’estinati a clientela d’elite, un profilo Instagram da 11.500 follower e un design personalissimo.

“Sarebbe ipocrita, all’epoca tutti facevano quello che bisognava fare per vincere. Nel mio ciclismo era impossibile riuscirci senza doping: se volevi risultati, dovevi adeguarti o mollare tutto. E io volevo vincere, a qualunque costo, fin da bambino. Triste, tristissimo ma era così. Oggi è cambiato tutto, per fortuna. Non posso dire che l’Epo facesse bene, ma c’era modo e modo di assumerla: se ti facevi il giusto, non rischiavi. Chi esagerava o faceva le trasfusioni da solo si giocava la vita: di esempi ce ne sono fin troppi” racconta Di Luca. “Vincevo perché ero il più forte. Se nessuno di noi si fosse dopato, avrei vinto lo stesso come avrebbe vinto Pantani, un fenomeno molto più forte di me: bastava vederlo pedalare per capire”.

Alle pareti dell’ufficio, oltre ai telai e agli scarpini due foto: una grande del podio del Giro 2007, con il Trofeo Senza Fine in braccio, un’altra dove Danilo sorride al fianco di un signore: Carlo Santuccione, medico condotto pescarese, suo mentore, squalificato a vita dal Coni per procurato doping. “È morto tre anni fa, era il mio secondo padre. Per tutti lui era il dopatore, io il dopato. Liberi di crederlo. Ma Carlo era una persona magnifica, medico di famiglia di vecchio stampo che ha salvato molte persone. Ai miei tempi la questione non era se certi medici ti aiutassero a doparti o meno ma se tenessero alla tua salute quando chiedevi loro come doparti: lui mi amava come un figlio”.  Di Luca conclude poi: “Mi sono fatto male, però oggi faccio il mestiere che mi piace. Non essere più nel ciclismo mi dispiace ma non ho bisogno di quel mondo per vivere”.

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