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L’Italia scende in piazza contro le chiusure, un ristoratore rompe i piatti: “Non servono più”

Pescara. Mini bar e ristoranti, wedding, tavole imbandite e donne con abiti da sposa hanno invaso pacificamente questa mattina al ritmo di musica Piazza della Rinascita a Pescara per chiedere date certe per la riapertura delle attività chiuse da mesi.

“Questa mattina abbiamo qui in piazza a Pescara tanti titolari e lavoratori dei pubblici esercizi come bar, ristoranti, pizzerie, locali da ballo, pub, sale da gioco, pasticcerie, gelaterie e stabilimenti balneari che da troppo tempo sono stati costretti ad abbassare le saracinesche. Abbiamo lanciato lo slogan ‘Vogliamo Riaprire’ che accomunerà le manifestazioni che si stanno riunendo in questo momento in diverse città italiane. Una rappresentanza della Fipe-Confcommercio a Roma incontrerà i rappresentanti del Governo per manifestare la grande sofferenza delle attività e chiederne la riapertura. Questa mattina ci siamo collegati anche con Montecitorio per un abbraccio a distanza con gli altri esercenti. Chiediamo – ha detto ancora Padovano – delle cose ben precise: una moratoria bancaria per
investimenti di almeno trent’anni perché i ristori sono solo un palliativo, stop al pagamento della Tari e
l’occupazione di suolo gratuito. Noi vogliamo lavorare e investire con le nostre attività ma vogliamo gli
strumenti per farlo. Siamo fermi da otto mesi e non si può andare più avanti. Data per riaprire? Credo che per il
26 aprile potremo avere qualche risposta importante in tal senso”.

Alla manifestazione di Confcommercio ha portato la sua solidarietà anche il sindaco Carlo Masci. “Se si fanno morire le attività si fanno morire le nostre città. La richiesta al Governo è quella di riaprire in massima sicurezza ma di ripartire in maniere graduale perché dopo oltre un anno bisogna iniziare a guardare al futuro”.

Esercenti in piazza in 21 città, da Genova a Napoli ‘Non criminalizzateci, non siamo degli untori’

 

Gli esercenti sono in piazza in 21 città italiane, da Firenze a Napoli e Genova, in contemporanea con l’assemblea straordinaria della Fipe-Confcommercio convocata in piazza San Silvestro, a Roma. “Siamo qui per chiedere di poterci rialzare. – afferma Alessandro Cavo, giovane esercente, collegato da Genova -. Chiediamo una data per iniziare a risollevarci, troppi colleghi sono caduti, troppo i ristori promessi che non sono arrivati”.

“Lavoravo dalle 18 a notte fonda, da quando ci hanno chiuso ho fatturato il 20%, i miei dipendenti sono in cassa integrazione, prendono una miseria e la prendono anche tardi, ho provato a sostenerli il più possibile, ma ora è diventato difficile anche per me – dice Matteo Musacchi, presidente dei giovani imprenditori della Fipe, titolare di un ristorante e cocktail-bar a Ferrara -. Oltre al fatto che stare in casa senza far nulla, per chi è abituato a lavorare 15 ore al giorno porta via di testa”.

Dal palco di Roma poco prima aveva incalzato il governo, ricordando che “ieri i pub hanno riaperto e gliel’hanno detto un mese prima”. “Non ho bisogno – aggiunge – della rassicurazione ‘stiamo per programmare le aperture’, ho bisogna di sapere quando riapro”. Secondo la Fipe 30mila imprese hanno chiuso nel 2020, altrettante potrebbero chiudere quest’anno. “Noi donne durante l’emergenza non ci siamo fermate un attimo, e ora siamo cariche per riaprire”, dice Valentina Piccabianchi imprenditrice nel campo del catering.

“Il nostro settore – ricorda, Maurizio Pasca, imprenditore pugliese dell’intrattenimento e presidente Silb – è chiuso ininterrottamente da 14 mesi, dal 23 febbraio dello scorso anno, tranne quella piccola parentesi per i locali all’aperto che hanno potuto riaprire d’estate. Il 30% ha chiuso definitivamente, un ulteriore 40% è destinato a chiudere se non si riapre quest’estate. Il nostro settore è criminalizzato, siamo indicati come gli untori della pandemia, ma abbiamo chiuso il 17 agosto e i contagi sono iniziati a risalire a ottobre. Non capiamo i pregiudizi nei confronti di un settore che
serve a socializzare e che vale 2 miliardi all’anno”.

Ristoratore rompe piatti in piazza, ‘non servono più’

Quando la piazza dell’assemblea degli esercenti a Roma stava smobilitando, ha tirato fuori un piccolo martello e cominciato a rompere piatti e bicchieri, richiamando l’attenzione dei presenti.
“Questi sono i nostri cocci. Ho rotto gli strumenti del mio lavoro, se non mi fanno riaprire non mi servono più”.
Moreno, un ristoratore toscano, ha manifestato così la sua amarezza per le restrizioni anti-Covid. L’uomo ha poi
strappato una tovaglia che si era portato appresso in una borsa, aggiungendo che anche quella non gli sarebbe
servita più. Al termine della protesta, ha riposto tutto e, armato di scopa, ha ripulito raccogliendo i cocci.

Commercianti a Circo Massimo, lasciati in mutande

 

Per ora sono alcune centinaia i commercianti che stanno partecipando al sit in al Circo Massimo “Una volta, per tutti” organizzato dalle associazioni: Roma più bella, Ihn (Italian hospitality network), Tni Italia (Tutela nazionale imprese) e Lupe Roma. I primi ad arrivare sono stati i ristoratori maremmani che hanno appeso ad un filo mutande rotte, arancioni e gialle con accanto scritto: “L’Italia a colori ci ha lasciato in mutande ma ora basta”.

I partecipanti sono in attesa dei tanti pullman previsti da molte regioni italiane. Per ora sono arrivati dalla Sicilia, da Enna, Piombino e Crema. Ci sono rappresentanti delle lavanderie industriali, di chef e cuochi che indossano il tradizionale cappello da cucina. C’è anche il movimento artisti italiani proveniente dalla Toscana. I loro slogan, ripetuti ritmicamente, sono “Lavoro, lavoro” e “Riapertura, riapertura”.

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