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Violenza sulle donne, l’associazione di Pescara Ananke dirama i dati dell’ultimo anno: 150 donne hanno chiesto aiuto

Il carnefice-tipo ha un'età compresa tra i 40 e i 49 anni, un livello d'istruzione medio e un buon lavoro

Pescara. Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’associazione Ananke Onlus, impegnata quotidianamente nell’accogliere presso il centro antiviolenza di Pescara donne che hanno subito o stanno subendo qualsiasi forma di violenza di genere, rende pubblici i dati relativi all’attività svolta, in continuità con un lavoro da oltre 10 anni (art. 7 Convenzione di Istanbul).

Ananke è un osservatorio molto importante e la raccolta dei dati ha consentito, fin dall’avvio dell’attività di accoglienza nel 2005, di conoscere e sensibilizzare la comunità su un fenomeno molto complesso e diffuso ma non altrettanto conosciuto, ponendo al tempo stesso le premesse per l’intervento quotidiano.

L’attività di rilevazione si è arricchita, negli anni, della preziosa collaborazione di Loredana Cerbara dell’IRPPS-CNR Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali.

Bisogna, inoltre, sottolineare che il Centro antiviolenza costituisce un osservatorio privilegiato sulla violenza perché esso rileva le violenze e le loro conseguenze, anche a partire dai vissuti e dalle percezioni delle donne accolte e/o ospitate, che ne sono vittime. I dati statistici, per quanto articolati e validi, da soli non possono rappresentare tutta la complessità di un fenomeno che emerge dai racconti delle donne.

Ananke, nella sua modalità di accoglienza fondata sulla relazione di fiducia tra donne, si prefigge di integrare gli aspetti quantitativi e qualitativi della rilevazione.

Le donne che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita dalla violenza sono state 150; a queste si aggiungono le donne già “in percorso”, cioè donne accolte nel centro antiviolenza negli anni precedenti e che non hanno ancora concluso il loro percorso di fuoriuscita dalla violenza. Il percorso da compiere può richiedere un’elaborazione complessa e personalizzata.

Le donne arrivano al centro Antiviolenza attraverso più canali, nel 37,3% su indicazione di amiche/i e parenti (in aumento rispetto al 30,4% dell’anno scorso), a dimostrazione del radicamento sul territorio del Centro antiviolenza Ananke. Il 32% arriva su invio da parte degli altri nodi di rete (servizi sociali, forze dell’ordine, servizi sanitari, privato sociale), in aumento rispetto al 25% circa dell’anno scorso, dato che conferma come sia fondamentale il lavoro di supporto e di cooperazione della rete antiviolenza di Pescara che operano in costante raccordo.

Ananke si occupa dal 2006 del coordinamento organizzativo dei tavoli della rete antiviolenza della città di Pescara, di cui è capofila il Comune di Pescara. L’attività di rete rappresenta un elemento fondamentale per sostenere le donne e per superare una situazione di violenza. In Italia, il piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017-2020 della Presidenza del Consiglio dei Ministri ribadisce la centralità delle reti e delle collaborazioni tra servizi generali e specializzati, tra settore pubblico e privato. Nonostante la discontinuità della sua promozione, continua ad essere un punto di riferimento per le donne il 1522 – numero nazionale antiviolenza e stalking (attivato dal DPO), gratuito, attivo 24 ore su 24, cui il centro antiviolenza è collegato in trasferimento diretto di chiamata. L’accesso al centro avviene anche tramite altri canali, quali il sito di Ananke, i social network, volantini, materiale pubblicitario.

Le donne che si rivolgono al centro provengono prevalentemente dalla cosiddetta area metropolitana Chieti-Pescara, ma giungono al centro anche donne dal resto della provincia e da altre province (il 73% arriva da Pescara e provincia, il 9,3% da Chieti e provincia, il 4% da Teramo e provincia ed un 0,7% dall’Aquilano). Le donne arrivano al centro anche da fuori regione (6,7% circa). Le donne, per motivi di sicurezza e/o di riservatezza, preferiscono rivolgersi ad un centro antiviolenza non prossimo al proprio luogo di residenza. Delle 150 donne che hanno intrapreso un percorso di uscita da maltrattamenti, violenze e stalking nel periodo dal 1 novembre 2018 al 31 ottobre 2019, un terzo ha un’età media compresa tra i 40 e 49 anni, ma in aumento sono anche le più giovani e le più anziane. Le donne italiane rappresentano il 77% del totale di coloro che hanno usufruito dei servizi del centro antiviolenza, ma è presente anche un 21% di donne straniere. In grande maggioranza, sono donne con figli a carico (75%), con un livello d’istruzione medio (40%) alto, occupate nel 41% (lo stato occupazionale dichiarato è principalmente quello impiegatizio) e quando la donna non lavora, dichiara di essere alla ricerca di un’occupazione (34% disoccupate e inoccupate) e di aver perso il lavoro a causa della violenza o di essere stata impedita nella ricerca di lavoro dal maltrattante (5% circa).

Emerge che la violenza non riguarda solo le fasce marginali della popolazione ma, contrariamente a ogni stereotipo, tenderebbe a essere trasversale alle classi sociali e alle condizioni economiche e culturali dei soggetti sociali.

Allo scopo di agire efficacemente su un fenomeno caratterizzato da molteplici fattori, Ananke ha avviato negli ultimi 2 anni una serie di iniziative: uno sportello di primo contatto presso il Comune di Città Sant’Angelo, azione mirata all’ampliamento dell’attività di accoglienza sul territorio provinciale. Ha assicurato l’accoglienza delle giovanissime attraverso uno spazio per l’ascolto telefonico delle adolescenti tra i 14 ed i 17 anni ed è stato realizzato un punto Ananke di ascolto presso l’Ipssar De Cecco di Pescara; partecipa attivamente al consiglio territoriale per l’immigrazione presso la prefettura di Pescara ed al coordinamento regionale migranti; che ha permesso un raccordo costante con gli SPRAR territoriali per l’accoglienza di donne richiedenti asilo e rifugiate, vittime di violenza. Ha realizzato, nell’ambito del progetto S.A.Mi.Na. (strategie antiviolenza per donne migranti e native) la formazione di una nuova figura professionale, la “mediatrice d’accoglienza”, che fungerà da valido supporto all’interno di diversi contesti che da anni lavorano con donne migranti, richiedenti asilo o rifugiate.

Le donne contattano il centro per più motivi, il più delle volte sono combinati tra loro. Chiamano per chiedere: informazioni sul percorso e servizi offerti (95%), consulenza legale (53%), consulenza psicologica (34%), accompagnamento all’inserimento lavorativo (16%), all’autonomia abitativa (8%) o all’allontanamento in casa rifugio (7%).

La violenza maschile contro le donne si manifesta in forme diverse: psicologica, fisica, sessuale ed economica e quasi sempre sono multiple e ripetute. La violenza psicologica e quella fisica sono le forme più frequenti. Una percentuale non trascurabile di donne ha subito anche atti persecutori (stalking). Essendo lo stalking un fenomeno caratterizzato da molteplici fattori, presso il centro antiviolenza è attivo uno sportello dedicato antistalking, dove opera un’équipe multidisciplinare (operatrice d’accoglienza, avvocata, psicologa).

Con riferimento alle caratteristiche degli uomini maltrattanti, si osserva che hanno un’età media compresa tra i 40 e 49 anni (32%), nella maggioranza dei casi sono italiani (87%), con un livello d’istruzione media (31%) e che il 57% sono occupati stabilmente (il 59% è un lavoratore dipendente ed un 27% è un lavoratore autonomo), a ulteriore conferma che la violenza contro le donne è un fenomeno trasversale.

Fra le attività del centro antiviolenza vi è anche la valutazione del rischio. I maggiori fattori di rischio della violenza sono rappresentati da alcuni comportamenti come l’uso di alcool e di sostanze, che possono peggiorare la crudeltà o l’instabilità di un uomo maltrattante. Pertanto, nella gran parte degli episodi di violenza, si riscontra che l’uomo non è sotto l’effetto di sostanze. La violenza sulle donne è una scelta agita. Si evidenzia, inoltre, che il maltratante, in diversi casi, ha già avuto problemi con le forze dell’ordine, proprio a seguito di comportamenti violenti.

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